martedì 20 dicembre 2011

Il report. Carovana 'Primavera delle Libertà' in visita a Gaza dal 21 al 26 novembre


Scritto il 2011-12-16 in News

Di Angela Lano. La Carovana “Primavera delle Libertà” è arrivata nella Striscia di Gaza 21 novembre 2011, entrando dal valico egiziano di Rafah. Si è trattato della più grande delegazione parlamentare e politica internazionale per rompere l'assedio di Gaza, allestita dalla European Campaign to end the siege on Gaza.
Della delegazione, composta da un centinaio di persone di 40 Paesi del mondo, hanno fatto parte 60 parlamentari e politici di America Latina, Europa, Africa e Asia, leader della "Primavera araba", Ong, attivisti umanitari. Dall’America Latina erano presenti 13 parlamentari, tra deputati e senatori, candidati alle presidenziali di Cile e Uruguay, rappresentanti del Mercosur e del Parlamento Andino.
Al valico palestinese di Rafah è stata organizzata una conferenza stampa presieduta dal capo del Clp - Consiglio legislativo palestinese -, Ahmad al-Bahar, cui hanno partecipato i portavoce delle organizzazioni e delle diverse nazioni che compongono la "Carovana della primavera delle libertà".
"Una visita storica", l’ha definita Ahmed al-Bahr. Accogliendola all'arrivo, il presidente del Consiglio legislativo (Clp) ha ringraziato tutti parlando appunto di "giornata storica" segnata da individui venuti a Gaza da popoli liberi.
"Siamo convinti che con il vostro gesto si stia segnando la vera fine dell'assedio israeliano su Gaza, questo complotto contro il nostro popolo che altro non chiede se non vivere in dignità e libertà, liberare al-Quds (Gerusalemme) e denunciare il furto israeliano con il processo di ebraicizzazione".
"E' un convoglio che segna la liberazione della Palestina", secondo il capo del Clp che, in quest'occasione, ha approfittato per rivolgere un invito a visitare Gaza al segretario della Lega Araba, Nabil al-'Arabi e al suo omologo per l'Organizzazione di Cooperazione Islamica (Oic), Ekmeleddin İhsanoğlu.
Sultan: "Oggi veniamo per seminare la liberazione di domani". Il capo della campagna egiziana di resistenza all'ebraicizzazione di Gerusalemme è intervenuto così: "L'affamato non si inginocchia. Da voi parte e a voi ritorna la primavera dei popoli arabi".
Salah Sultan ha citato alcuni dei piani di ebraicizzazione di Israele con l'abbattimento di al-Mugharibah, ponte di collegamento tra la porta al-Buraq e la moschea di Al-Aqsa.
'Arafat Madi, presidente di Ecesg, ha dichiarato: "Abbiamo due messaggi, il più importante dei quali è l'espressione di solidarietà dei presenti, provenienti da oltre 40 Paesi con un'alta presenza, oltreché la prima del genere, di esponenti religiosi, tutti concordi sulla giustezza della causa palestinese.
"Il secondo messaggio va ai voi palestinesi: "Non siete soli nella lotta quotidiana per togliere l'assedio della tirannia. Presto l'assedio sarà rotto".
Madi ha poi ringraziato la parte egiziana, per aver reso possibile il passaggio senza impedimenti e ha promesso la continuazione di delegazioni.
Un ex ministro europeo ha affermato: "Ribadisco il mio sentimento di gioia nel visitare ogni volta Gaza e prometto di portare altri parlamentati dal mondo affinché attestino di persona l'ingiustizia alla quale siete sottomessi. Non è lunga la distanza tra il momento in cui vi riapproprierete della dignità di fronte all'ondata della primavera araba".
In rappresentanza dei sette Paesi dell'America Latina ­(Cile, Perù, Brasile, Argentina, Uruguay, Paraguay e Ecuador), la deputata Cilena Constanza Sabat, di origine palestinese, ha spiegato:"In 13 abbiamo viaggiato a lungo per venirvi a trovare. Noi condanniamo e lavoreremo per denunciare e abbattere l'assedio israeliano su Gaza. Combatteremo al vostro fianco fino alla liberazione della Palestina".
Delegazione italiana. Dall’Italia era presente una rappresentanza dell'associazione Abspp onlus - Associazione benefica di solidarietà con il popolo palestinese -, guidata dall'arch. Mohammad Hannoun; i politici del movimento Per il Bene Comune, Monia Benini e Fernando Rossi, il direttore dell’agenzia stampa InfoPal, Angela Lano, e Fernando Lattarulo, che ha accompagnato la delegazione sudamericana.
Il 22 novembrepresso il Centro culturale della Municipalità della città di Gaza, “Rashad Shawwa”, alla presenza di membri del Parlamento e del governo di Gaza, si sono svolte lacerimonia di accoglienza della delegazione e la conferenza stampa.
Erano presenti il primo ministro palestinese Isma'il Haniyah, diversi ministri del governo e altre personalità locali. Ahmed al-Bahar, a capo del Consiglio legislativo (Clp), è intervenuto per ringraziare gli ospiti internazionali e per esprimere il riconoscimento per la visita, definita "più che un gesto di solidarietà".
Embargo contro democrazia. Al-Bahar ha denunciato l'assedio imposto da Israele con la complicità mondiale, quella del Quartetto internazionale per la pace in Medio Oriente e degli Usa. "Una punizione per le scelte democratiche fatte dal popolo palestinese.
"Oltre 600 sono i palestinesi a Gaza, donne, anziani e bambini che si trovano in condizioni di salute critiche e che devono curarsi all'estero. La chiusura dei valichi di frontiera e l'assenza di medicinali sono parte del blocco e non sono effetti collaterali. Le vittime della guerra israeliana su Gaza, i 1.500 palestinesi, in gran parte civili, sono una ferita aperta per tutti".
Perseguire e punire i responsabili israeliani dei crimini contro il popolo palestinese, e portarli davanti al tribunale internazionale è quanto al-Bahar ha chiesto ai parlamentari e agli attivisti presenti.
Disprezzo per la dignità dei palestinesi. Dalla Camera dei Lord, una parlamentare britannica, la baronessa Tonge, parte della delegazione ha ammesso di provare tristezza oggi nel tornare a Gaza, dove ha riscontrato uno stato tragico. "I diritti del popolo palestinese vengono 'sottovalutati'.
"Non posso che essere testimone, una volta di ritorno nel mio paese, con i miei colleghi in parlamento ai quali aprire gli occhi sulle violazioni e sul disprezzo di Israele verso leggi internazionali e la IV Convenzione di Ginevra. Eppure abbiamo costituito comitati e vari organi per seguire il caso di Gaza. Tuttavia è sempre la linea di governo quella che ci viene imposta.
I palestinesi pagano scelte democratiche e per esse vengono massacrati. I popoli d'Europa e d'America hanno un'opinione contraria a quella dei propri governi, le cui politiche verso Gaza sono considerate false e faziose".
I parlamentari della delegazione: 'A Gaza, una situazione drammatica". Un deputato del parlamento pakistano, Hajji Mohammed 'Adil, ha ringraziato i palestinesi di Gaza per l'accoglienza e si è detto ferito per quanto ha visto, per il numero dei palestinesi resi disabili o che hanno perso tutto nella guerra israeliana.
Come avevano fatto altri in conferenza stampa, anche 'Adil ha portato la solidarietà del proprio popolo "impegnato nella preghiera per Gaza, per la Palestina e Gerusalemme".
Il premier Haniyah ha definito la presenza della delegazione internazionale e dei sudamericani, “un momento eccezionale per la nostra lotta” e ha aggiunto: “Il popolo palestinese apprezza il vostro sforzo e esprime grande apprezzamento.
“Israele sta vivendo una situazione di isolamento politico internazionale e la vostra presenza qui lo dimostra. Ci sono tre aspetti fondamentali che vanno affrontati a livello internazionale: il primo è l’importanza di comprendere come la ‘Questione palestinese’ non sia solo umanitaria ma anche politica. Noi vogliamo la liberazione dell’intera Palestina storica, con diritto al Ritorno, Gerusalemme capitale. E’ questa la sola strada per la soluzione del conflitto. Ciò include la liberazione dei 7000 prigionieri ancora rinchiusi nelle carceri israeliane.
Shalit è a casa sua, allora perché l'assedio continua? Così ha osservato Haniyah.
"Se Shalit è ora in mezzo ai propri cari, perché continua l'assedio su Gaza?
“Il secondo è il blocco di Gaza, per il quale l’occupazione sionista aveva usato come giustificazione la prigionia del soldato Gilad Shalit, ma ora che è stato liberato, non c’è più alcuna scusa per continuare ad assediare la Striscia.
“Un altro punto importante su cui fare pressioni è il Rapporto Goldstone sui crimini israeliani commessi durante l’Operazione Piombo Fuso. Deve essere ripreso in considerazione e i responsabili sionisti processati per crimini di guerra. Non possono continuare a sfuggire alla giustizia.
“Un quarto aspetto è la ricostruzione della Striscia: ancora nessun materiale edile è autorizzato a entrare”.
Dichiarazione Universale di rifiuto dell'assedio dei popoli.
Durante l’incontro è stata letta a Gaza la Dichiarazione Universale di rifiuto dell'assedio di Gaza, una condanna netta della chiusura della Striscia di Gaza che imprigiona un’intera popolazione, sotto gli occhi del mondo intero.
Visita ai campi profughi. Sono 250mila i palestinesi che vivono in quattro campi profughi della Striscia di Gaza centrale - an-Nuseirat, Deir el-Balah, el-Bureij, el-Maghazi -, quelli che attraversiamo la mattina del 22 novembre, soffermandoci a visitarne uno, quello di an-Nuseirat.  In tutto, i campi profughi sono 8 e ospitano in totale 492.500 persone (fonte: http://www.webgaza.net/background/Refugee_Camps/Gaza_Strip/).
Le condizioni di vita, in questi luoghi sovraffollati, sono particolarmente difficili. Le abitazioni sono fatiscenti, le strade sgangherate e l'igiene è uno degli aspetti più carenti.
Nel campo profughi di an-Nuseirat vivono ammassati in case insalubri 62mila persone, molte delle quali sotto i sei anni di età.
Sono i discendenti dei rifugiati del 1948, provenienti dalla Palestina occupata dagli israeliani. La guerra contro Gaza dell'inverno 2008-2009, Operazione Piombo Fuso, ha pesantemente colpito quest'area, distruggendo il ponte che collegava le due parti del campo. A ciò si aggiunge la periodica esondazione di un piccolo fiume, provocata da Israele, che allaga case, campi e strade, rendendole impraticabili. Un disastro ancora ben visibile, e con gravi conseguenze sociali: il 75% della popolazione è disoccupata, perché manca la possibilità di raggiungere agilmente altre zone della Striscia e di trovare un lavoro.
La situazione del campo è piuttosto devastante. In una delle case dove siamo entrati vivono 22 persone tra adulti e bambini, in condizioni sanitarie estremamente precarie.
Il tour della delegazione prosegue poi lungo la principale via di comunicazione - shari'ah Salah ed-Din - dalla zona centrale fino al nord, e con la visita all'ospedale al-Aqsa, che garantisce 150 posti letto su una popolazione locale di 250mila persone, e con carenze medico-sanitarie evidenti, causate dall'embargo.
Prigionieri politici palestinesi. Un altro incontro importante che coinvolge la delegazione internazionale, sempre il 22 novembre, è quello con il Centro per i Prigionieri di Gaza del ministero dei Detenuti della Striscia.
La Conferenza è aperta da Ramy Abdu, della European Campaign to end the siege on Gaza, organizzatrice della carovana internazionale, e dalla deputata cilena Marcela Constanza Sabat Fernandez.
Sono presenti numerosi prigionieri – alcuni dei quali liberati durante l’accordo di scambio con Israele (il soldato Gilad Shalit contro 1100 detenuti politici).
Raccontano la propria esperienza Abdel Aziz Amro e una giovane mamma, Samar Sbeh.
Amro spiega che era stato condannato a 700 anni di detenzione: entrato in carcere nel 2004, ha subito torture con sostanze chimiche, e ora si trova in uno stato di salute precaria. “Qualunque palestinese può essere imprigionato, e per qualsiasi motivo. Israele usa molto la detenzione amministrativa (senza processo e capi di imputazione), che rinnova di sei mesi in sei mesi, o di anno in anno. Ci sono molti prigionieri malati, che non ricevono cure mediche. Non posso raccontarvi cosa si subisce in carcere, per rispetto alle tante famiglie presenti in questa sala e che hanno congiunti detenuti…, ma sappiate che si soffre molto”.
Sbeh era stata arrestata nello stesso anno, quando era incinta di tre mesi, e ha partorito in carcere il suo bimbo, Bara', che ora ha sette anni. Il piccolo è rimasto in prigione con la mamma fino all’età di due anni e mezzo, poi è stato “liberato” e assegnato ai familiari. La condizione di Samar e di suo figlio è condivisa da molte altre prigioniere, che sono costrette a partorire in stato di prigionia e a far crescere i propri piccoli dietro le sbarre, tra difficoltà, precarietà igienico-sanitaria e alimentare, e in una situazione psicologica problematica. Non si tratta di criminali, ma di detenute politiche, contro le quali Israele infierisce ledendo ogni diritto umano.
Il giorno successivo, il 23 novembre, ha luogo una visita al centro per disabili “Assalama. Charitable Society”, di Beit Lahiya, nel nord della Striscia.
L'incontro è condotto da Mohammad Hannoun, dell’Associazione dei Palestinesi in Italia, e responsabile per gli affari umanitari della carovana, e dalla deputata brasiliana Marina Pignataro Sant’Anna.
‘Ala, un’operatrice, ci spiega che molti dei disabili, presenti in sala, sono vittime delle guerre israeliane o di torture: sono ragazzi in carrozzella, a cui mancano arti, oppure resi ciechi o sordi. “Uno dei problemi è che Israele non permette loro di recarsi all’estero per le cure mediche o per le protesi”.
Ospedali della Striscia: l’emergenza è giornaliera. L’Ospedale “Martire Kamal ‘Udwan”, di Beit Lahiya, è una struttura con 100 posti letto per 300mila persone: serve, infatti, anche il campo di Jabaliya. Il turn-over di pazienti è continuo ed è ben visibile la condizione di precarietà e deficienza sanitaria in cui è costretto a lavorare il personale ospedaliero: mancano medicine, pezzi di ricambio per le apparecchiature, le stanze sono fatiscenti, e le sale operatorie piccole e carenti di tutto, o quasi; la luce viene interrotta per più di 8 ore al giorno. Nelle sale operatorie manca l’autoclave.
Durante la guerra dell'inverno 2008-2009 l'ospedale soccorse più di un terzo dei feriti.
Il porto di Gaza. Appena arrivati al piccolo porto di Gaza non si può non notare il monumento alle vittime della nave Mavi Marmara, i nove turchi uccisi durante l’assalto israeliano alla Freedom Flotilla1, nel maggio dell'anno scorso.
Qui, incontriamo il presidente dell'associazione dei pescatori di Gaza, il rappresentante del ministero dell’Agricoltura e della Pesca e il presidente dell'autorità portuale.
“L’87% dei pescatori - ci spiegano – vive sotto la soglia della povertà. Deve attenersi a un limite di tre miglia sui 20 previsti dall'accordo di Oslo, quindi non può andare al largo e a riva ormai la fauna ittica è scarsa. I bombardamenti sono quotidiani, i pescatori vengono sequestrati e portati in Israele, le barche, e pure i motori, sono rubati pur di impedire la pesca, fonte di sostentamento per 3500 famiglie”.
Sono sette i pescatori uccisi quest’anno e 30 quelli feriti: tra questi c’è Ahmad, che alza il braccio e mostra la sua mano mozzata. Non potrà più lavorare in mare.
Quella della pesca ormai è una categoria ad alto rischio e poco ricercata. Quest’anno le perdite sono state di circa 5 milioni di euro, a causa delle aggressioni israeliane. C’è molta miseria, tra i pescatori: i loro figli non possono andare a scuola perché mancano i soldi. I ragazzini escono in mare con i padri o i fratelli, oppure si adattano a lavori umili, nei mercati, e mal pagati.
Una volta, il pesce di Gaza era esportato in diversi Paesi, ora non basta a sostentare neanche le famiglie dei pescatori.
La visita successiva è alla “al Jazeera Football Children School”, dove la delegazione incontra giovani sportivi disabili, che lottano con tenacia per condurre una vita sociale e sportiva normale, nonostante gli handicap e le limitazioni.
 Il ministro degli Esteri di Gaza. E’ un sorridente Mahmoud az-Zahaar quello che, alla sera, accoglie nel proprio ufficio la delegazione sudamericana e italiana. E’ contento della presenza di tanti parlamentari dell’America Latina – deputati e senatori, rappresentanti del Mercosul e del Parlamento Andino, e pure candidati alle prossime presidenziali.
Mentre l’Europa, a livello ufficiale, boicotta il governo di Gaza, i politici sudamericani vi si recano in visita, discutono, raccontano, e si fanno pure fotografare accanto a ministri, deputati e premier. Una cosa incredibile, per i parametri occidentali, ma del tutto normale per un’area del mondo che negli ultimi anni si è liberata da dittature, regimi, oppressori locali manovrati dagli Usa. E che può addirittura annoverare Presidenti ex guerriglieri…
“Per l’America Latina è normale avere al potere partiti e politici che hanno fatto parte della resistenza e della guerriglia di liberazione”, spiega a un esterrefatto, ma contento, az-Zahaar una parlamentare sudamericana. Per loro, il movimento di resistenza islamica, Hamas, è, appunto, un movimento di resistenza popolare contro il regime che assedia, occupa e opprime. “Anche i nostri movimenti di liberazione venivano chiamati ‘terroristi’ dai dittatori – aggiungono altri parlamentari -, ma ora sono al governo o hanno loro rappresentanti”.
“L’islam non è il vostro nemico, o il nemico dell’Occidente – dice loro il ministro di Gaza -. La nostra lotta è contro il sionismo, che ha occupato la nostra terra”.
La giornata del  24 novembre si apre con la visita alla “Gaza Artificial limbs and Polio center”, un centro che fornisce le protesi artificiali alle persone che hanno perso gli arti.
Nell’ultima offensiva israeliana contro Gaza sono state ferite circa 5000 persone, molte delle quali rese disabili permanenti.
L’appuntamento successivo è con il parlamentare del Consiglio nazionale palestinese Mushir al-Masri, che incontra i colleghi latino-americani, molto contenti della sua presenza, in quanto una delle figure politiche più di spicco della Striscia di Gaza.
Al-Masri si dice molto interessato ad avviare relazioni politiche con i parlamentari dell’America Latina.
Il deputato, poi, concede un’intervista al direttore di InfoPal, che riportiamo qui di seguito.
Deputato, come valuta la presenza della delegazione internazionale che in questi giorni ha incontrato sia la società civile sia le realtà politiche ufficiali di Gaza?
E’ una visita storica: la prima di questo tipo, a livello di qualità e quantità di persone. Si tratta di un passo nella giusta direzione nel sostegno alla Palestina. Essa rappresenta una dichiarazione internazionale contro l’assedio. Particolarmente importante è la presenza dei parlamentari sudamericani: essi hanno affrontato un lungo viaggio per esprimere solidarietà umana e politica. Ciò significa che Israele è in declino, e che continua a crescere il sostegno al popolo palestinese.
Qual è il ruolo che l’America Latina, in pieno sviluppo economico e con un peso politico sempre più grande, può avere per la Palestina?
Noi crediamo che l’America Latina è, sì, la più lontana come distanza, ma è la più vicina a noi, e che può fare lobby per la Palestina e per la causa, e condannare l’occupazione sionista.
Il popolo latinoamericano ha sofferto come noi l’oppressione e l’occupazione degli Usa. Per questo ci troviamo ora a collaborare con loro, avendo subito gli stessi problemi.
In comune abbiamo tante cose. Inoltre, non dimentichiamoci del ruolo positivo che questi paesi hanno nel sostegno alla causa palestinese: essi sono certamente contrari all’occupazione, e sono più vicini a noi di certe nazioni arabe.
Con l’America Latina non vogliamo fare solo pubbliche relazioni, ma vogliamo collaborare, cooperare. Come esiste un’alleanza statunitense pro-terrorismo israeliano, ci aspettiamo che l’America Latina ne guidi una pro-Palestina. Avranno 57 stati arabi e islamici loro alleati.
Gli obiettivi sono di porre fine all’assedio israeliano, formare un blocco contro l’occupazione israeliana e condannarne le aggressioni.
Cosa vi aspettate dai recenti accordi di riconciliazione nazionale palestinese siglati al Cairo?
Parliamo di speranza, di augurio. Noi siamo realmente a favore di questa riconciliazione nazionale. Siamo pronti all’unità, partendo da un punto di forza, perché tutti gli altri tentativi di far partire la riconciliazione sono falliti. Noi chiediamo a Fatah di andare insieme verso il processo di unità che difenda i diritti inalienabili palestinesi. Fatah sarà libera di allontanarsi dall’agenda degli Usa e di Israele?
Abbiamo dimostrato un’esperienza di democrazia e di diritti umani, rispetto a quella fallimentare in Cisgiordania. Vogliamo rappresentare una realtà democratica e pacifica nazionale.
Cosa pensa delle manifestazioni popolari in piazza Tahrir, al Cairo, contro la fine del regime militare? Quali potrebbero essere i risvolti per la Striscia di Gaza?
L’Egitto sta meglio senza Mubarak, certamente. Tuttavia, la questione della chiusura del valico di Rafah non è stata ancora risolta. Noi non abbiamo fretta, aspettiamo i risultati delle elezioni parlamentari e di vedere se l’Egitto tornerà leader della piazza araba.
Abbiamo assistito con dolore ai fatti cruenti in piazza Tahrir. Speriamo nel ritorno dell’Egitto come leader e sostenitore del popolo palestinese.
Sono mesi che è in corso il processo agli assassini di Vittorio Arrigoni, ma le udienze vengono rinviate continuamente. Una parte degli attivisti italiani vi accusa di voler insabbiare il caso. Cosa risponde?
Vittorio era una persona amatissima nella Striscia di Gaza, sia dalla popolazione sia dal governo.
La sua uccisione ci ha spaventati tutti, ha sconvolto Gaza.  Aver scoperto subito i criminali ha rappresentato un successo. Il governo ha messo in campo tutte le forze a disposizione.
Alcuni degli assassini avevano fatto parte delle brigate Qassam, l’ala militare di Hamas…
Non ci sono rapporti ufficiali e recenti con Hamas. Erano appartenenze passate.
Il capo del commando era giordano: nulla aveva a che fare né con Hamas né con la popolazione di Gaza. Rispettiamo il lavoro della magistratura palestinese: il governo non interviene in alcun processo.  Verrà raggiunta una decisione finale prossimamente. Ciò che spetterà agli assassini di Vittorio sarà la pena capitale.
Noi siamo fieri che la Striscia di Gaza rappresenti un’oasi di libertà: chi vuole macchiare la nostra immagine con simili delitti avrà ciò che merita.
Com’è mai possibile che Hamas e il governo che esso guida pugnali se stesso uccidendo un uomo che è vissuto con noi, ha lottato con noi, e che aveva scritto sul proprio braccio la parola “resistenza”? Chi l’ha ucciso, colpendo lui ha voluto macchiare l’immagine di Hamas e del governo della Striscia di Gaza.
La tre-giorni a Gaza della delegazione si chiude con il ricevimento, nella mattina del 24 novembre, nella sede del Consiglio dei ministri dell'Anp.
Il premier Ismail Haniyah esprime “ammirazione per lo sforzo sostenuto dai rappresentanti dei sette Paesi latino-americani nell’affrontare un lungo viaggio per arrivare nella Striscia”.
Haniyah ha ricordato che in quella regione del mondo trovarono rifugio molti palestinesi profughi del 1948. E ha aggiunto: “Sono 63 anni che milioni di palestinesi, e i loro discendenti, vivono fuori della Palestina.
“Da 63 anni viviamo sotto occupazione e tortura. Gli israeliani, da allora, hanno ci hanno mosso guerre, hanno costruito il Muro dell’Apartheid, hanno assediato il presidente Yasser Arafat al palazzo della Muqata’a, e lo hanno avvelenato, stanno ebraicizzando Gerusalemme, hanno imposto un blocco illegale alla Striscia di Gaza, hanno imprigionato migliaia di palestinesi, e nell’inverno del 2008-2009 hanno scatenato una guerra contro Gaza che ha provocato morti, feriti e distruzione.
“La verità è dunque questa: Israele non vuole la pace ed è sempre alla ricerca dei conflitti. Tuttavia, la visita di questa grande delegazione internazionale è la dimostrazione concreta che il tempo sta volgendo a nostro favore e contro le politiche israeliane.
“Il movimento di Hamas lotta contro l’occupazione. Ogni Paese occupato ha il diritto di liberarsi e combattere per la propria liberazione. Ciò è stabilito anche dalle convenzioni internazionali e dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu”.
Il primo ministro ha poi sottolineato che il problema è tra occupanti e occupati: è con Israele, non con gli ebrei: “Noi non abbiamo nulla contro gli ebrei, ma con chi ha occupato la nostra terra. In questi anni abbiamo ricevuto molti ebrei anti-sionisti, giunti qui per dare solidarietà e sostegno al popolo palestinese. Essi sono i benvenuti.
“Hamas crede nella democrazia e nelle libere elezioni: in quelle del 2006 ottenne la fiducia del popolo palestinese. I governi occidentali avevano chiesto al movimento islamico di ‘rispettare la democrazia’, ma quando questo ha vinto, sono stati loro a non rispettare l’esito elettorale. Ci hanno imposto un blocco totale come punizione collettiva. In nessuna altra parte del mondo c’è un assedio dal mare, dal cielo e dalla terra. Ci hanno anche scatenato una guerra, per castigare la popolazione. Come castigano tutti i Paesi che intrattengono relazioni con noi”.
Il viaggio della “Carovana della Primavera delle libertà” termina il 24; ma una piccola delegazione rimane anche il 25 e il 26.
Incontri con associazioni umanitarie. Racconta Hannoun, coordinatore generale del settore umanitario della delegazione: “I nostri obiettivi sono la denuncia dell'illegale assedio israeliano a 1,6 milioni di palestinesi residenti nella Striscia e una dichiarazione congiunta di condanna che verràdepositata alle Nazione Unite.
“Tra il 25 e il 26 novembre abbiamo incontrato rappresentanti di 150 realtà umanitarie a Gaza, nella sede dell’associazione al-Mabarra, un orfanatrofio che ospita oltre 4000 bambini nelle sue varie sedi della Striscia. Bambini abbandonati o rimasti senza genitori.
“Abbiamo parlato di coordinare tra tutte le associazioni di Gaza ed europee, un migliore servizio, e garantire una giusta distribuzione dei nostri aiuti che arrivano dall’Europa. Abbiamo proposto di creare dei micro-progetti che offrano posti di lavoro.
“Abbiamo portato anche solidarietà concreta: in una sala abbiamo organizzato una festa per oltre 2000 orfani, con balli e canti, e abbiamo distribuito regali per i ragazzini. Inoltre, abbiamo donato 5000 pacchi contenenti generi di prima necessità nei vari campi profughi e latte per neonati all’ospedale Mohammed ad-Durra, a Gaza City.
“A Rafah abbiamo trovato una struttura su 100 ettari di terra, per ospitare disabili – scuola e centro di riabilitazione -, che costerà 1 milione di euro. Sarà il progetto del 2012 delle associazioni benefiche europee per il sostegno alla Palestina, di cui la Abspp fa parte".
"Lo scopo finale del nostro viaggio - ha sottolineato Hannoun – è stato quello di verificare direttamente come e dove sono spesi i soldi raccolti in Europa e destinati a Gaza".
Conclusioni.
Ricostruzione. Nei giorni di visita della delegazione internazionale alla Striscia di Gaza, notiamo che tutta la regione è in pieno fermento: molti edifici bombardati durante l’operazione israeliana “Piombo Fuso” sono stati ricostruiti, e altri nuovi sono venuti alla luce, tra cui centri commerciali e negozi. Anche i ministeri e il parlamento, colpiti due anni fa dalla furia criminale di Israele, sono di nuovo in piedi. La ricostruzione è avvenuta attraverso il recupero dei materiali di risulta, che sono stati triturati e mescolati alla sabbia. Per mesi e mesi, operai edili di Gaza hanno percorso tutta la Striscia per recuperare le macerie dei tanti edifici distrutti, diventando spesso nuovo bersaglio per cecchini israeliani appostati dentro il territorio palestinese, lungo i confini della Linea Verde.
Negli ultimi tempi, a questa tecnica di raccolta della “sopravvivenza” s'è aggiunta la presenza di cemento e ferro che arriva dai tunnel che collegano l'Egitto con la Striscia. Anch’essi detti, per ovvie ragioni, “della sopravvivenza” e dentro ai quali trovano la morte ogni settimana diversi lavorativi, sepolti da crolli o bombardamenti israeliani.
La ripresa delle attività economiche ed edili è ben visibile, e dimostra che la popolazione palestinese vuole condurre un'esistenza "normale", nonostante le aggressioni israeliane e la distruzione che spesso si abbatte in questa parte della Palestina storica.
Ci sono aree della Striscia ormai completamente ricostruite, in particolare a Gaza City, e con una vita sociale e commerciale piuttosto attiva, ed altre, specialmente i campi profughi, depresse, quando non del tutto misere.
La situazione nella Striscia è molto diversa da quella che ci trovammo di fronte due anni fa, nel gennaio del 2009, a pochi giorni dalla guerra israeliana: attraverso le centinaia di gallerie costruite al confine con l’Egitto entrano i prodotti alimentari, l'abbigliamento, le auto (carissime, anche quelle usate!), giocattoli e molte altre mercanzie. I negozi sono pieni di merci, così l’antico suq di Gaza, e pure i nuovi e moderni supermercati in stile arabo-occidentale. Dunque, non c'è emergenza umanitaria, ma c'è una disoccupazione a un livello altissimo, che rende difficile gli acquisti anche di beni di prima necessità. La maggior parte dei gazawi ha pochi soldi. Addirittura ci sono aree come quelle del campo di an-Nuseirat, duramente colpite da Piombo Fuso, e sempre nel mirino israeliano, che sono semi-isolate, perché i ponti sono stati distrutti e pure altre infrastrutture, difficili da ricostruire per mancanza di ferro e acciaio.
Assedio. La vera emergenza umanitaria, ora, nella Striscia, è quella sanitaria e lavorativa: negli ospedali mancano le forniture medico-sanitarie, le medicine, i pezzi di ricambio per i macchinari.
Israele assedia, chiude, aggredisce costantemente la Striscia, ne fa a pezzi le case e le infrastrutture, i campi e le barche dei pescatori, impedisce la libera circolazione delle persone e delle merci. Spara contro i lavoratori, li affama togliendo loro la possibilità di avere una vita normale e dignitosa. 
A Gaza, adesso, non mancano le cose, mancano i soldi per comprarle, e a troppe persone. Giovani e vecchi, diplomati, laureati e incolti, pochi riescono a trovare un lavoro. E’ fortunato chi può vivere con le rimesse dei parenti all’estero. Particolarmente colpite sono le categorie dei pescatori, degli agricoltori (soprattutto quelli al confine con i Territori del 1948, che Israele attacca quotidianamente), degli operai delle aziende e industrie distrutte durante Piombo Fuso.
L'assedio alla Striscia va tolto perché illegale e disumano. La gente della Striscia deve potersi spostare, trovare lavoro, guadagnare, studiare, curarsi. Deve vivere una vita dignitosa. Questo è il monito della delegazione internazionale per Gaza.


lunedì 19 dicembre 2011


Report Assemblea nazionale "No Debito" - Roma 17/12/2011

L’Assemblea Nazionale del Comitato No Debito di Roma, ha lanciato una fitta e capillare mobilitazione: referendum autogestito sul pareggio di bilancio e il massacro sociale della Bce, il 21 gennaio No Debito Day e poi due manifestazioni nazionali a Milano e Napoli. Cremaschi: "Dobbiamo scendere in campo".

“Abbiamo voluto fare una prova di militanza, perché chi riesce ad arrivare fino a qui vuol dire che ci crede proprio”. Esordisce così Giorgio Cremaschi, aprendo l’assemblea nazionale del Comitato No Debito che scorre per ore sotto la pioggia nel Tenda a strisce, un grande teatro alla periferia sudorientale della capitale.

Dopo la battuta di apertura non può fare a meno di esprimere la solidarietà dell’assemblea - lo aveva già fatto Emidia Papi dell’USB introducendo i lavori - ai lavoratori immigrati oggetto della cieca violenza di Casseri a Firenze, ma anche di quella quotidiana e meno esplicita prodotta dalle politiche e dalle campagne securitarie non solo delle destre ma anche di tanti sindaci sceriffi del centrosinistra. E Cremaschi, citando Repubblica, ricorda le inaccettabili e farneticanti parole di Oriana Fallaci, diffuse e stampate in milioni di copie, quando lanciò l’allarme sul fatto che Firenze sarebbe stata invasa dai musulmani e i suoi campanili sostituiti dai minareti. “E’ più che solidarietà la nostra, è difesa collettiva nei confronti della malsana idea che i nostri diritti li si possa difendere aggredendo chi ne ha meno di noi” afferma Cremaschi tra gli applausi. Molti di coloro che avevano programmato di arrivare a Roma per partecipare all’assemblea nazionale sono rimasti alla fine nelle proprie città, per aderire alle tante iniziative convocate contro il razzismo e in molti casi per chiedere la chiusura dell’organizzazione neofascista Casapound: a Napoli, Firenze, Milano. Poi entra nel vivo il presidente del comitato centrale della Fiom, mandando un ‘saluto’ al capo dello Stato: “Noi in totale disaccordo con le parole di Giorgio Napolitano quando ha sottolineato che di fronte alla crisi è inevitabile che tutti paghino, anche i poveri. Non siamo d’accordo. Non vogliamo diventare una monarchia, e siamo contrari ai governi del sovrano per salvare il debito sovrano”.

Un gioco di parole per chiarire che non è affatto detto che in nome di uno scenario senza Berlusconi si debba concedere di tutto e di più a chi lo sostituisce facendo di peggio. Cremaschi ha parole dure per l’antiberlusconismo strumentale che copre, almeno per ora, le schifezze del governo Monti: “ieri mi è capitato di ascoltare un giornalista di Repubblica spiegare che Berlusconi ha governato per 17 anni senza fare quelle riforme strutturali che ora deve fare Monti. (...) In realtà per 9 di questi 17 anni ha governato il centrosinistra, totalmente subalterno a Berlusconi e al liberismo, il che significa che bisogna cambiare radicalmente”. “Se questo insieme incredibile di mostruosità e ingiustizie varato da Monti – la stessa Confindustria dice che avremo altri 800 mila disoccupati sommati a quelli che ci sono già - lo avesse fatto Berlusconi, cosa sarebbe successo in Italia?” incalza Cremaschi spiegando che i poteri forti hanno sostituito Berlusconi per poter fare, e in fretta, quello che il precedente governo non era riuscito a fare. Per Cremaschi “Monti è il volto presentabile chiamato a fare politiche impresentabili” e questo giudizio, afferma, è ciò che ci distingue – insieme all’indipendenza dal quadro politico istituzionale - anche da tanti movimenti che stanno ancora a guardare e non si esprimono.

Il portavoce del Comitato No Debito ricorda che quando la battaglia partì a luglio con un appello, la parola d’ordine era già un no a Berlusconi ma anche al ‘governo unico delle banche’. Un governo che a pochi mesi di distanza di siamo trovati ora in casa, a Palazzo Chigi. “La Fiom e il sindacalismo di base, nell’isolamento totale anche a sinistra, avvertirono che mentre Marchionne non era l’eccezione in Italia, la Grecia non era l’eccezione in Europa, ma la linea di un modello economico-sociale da applicare a tutti”, spiega Cremaschi criticando chi anche a sinistra del centrosinistra sostiene l’inevitabilità dei sacrifici per salvare l’Italia. Avvertendo: non pensino coloro che oggi a sinistra sostengono Monti, direttamente o indirettamente, di ritrovarsi insieme a noi magari tra un anno quando si andrà al voto.

I lavoratori, i precari, i pensionati italiani pagano già caro quel 7% di interessi sul debito, e secondo la Confindustria il prossimo anno il Pil italiano andrà indietro dell’1%. “In queste condizioni non solo non è giusto che le classi meno abbienti paghino il debito, in queste condizioni il debito non può e non deve essere pagato”.
Su questo punto alcuni intellettuali ed economisti di sinistra, anche marxisti, sono dubbiosi, pensano che non si possa non pagare il debito, che altrimenti a rimetterci saranno i salari e le pensioni.

“Paradossalmente ci sono invece economisti di scuola riformista, più lontani da noi, che invece sostengono che pagare il debito non è possibile, perché stiamo andando dentro un’economia di guerra in cui tutte le risorse vengono sacrificate per ripianare il debito”. Il riferimento è a Loretta Napoleoni, che ha inviato un suo breve intervento di sostegno all’assemblea del Tenda a strisce. “Da tre anni ci stanno dando la medicina greca in tutti i paesi euroei, cambiano solo le dosi. Non c’è un solo paese che sia uscito dalla crisi” obietta Cremaschi a chi pensa che la via del pagamento del debito attraverso la distruzione dello stato sociale, dei diritti del lavoro e della democrazia possa - pur nella sua ingiustizia - almeno risolvere la crisi. Se volesse trovare soldi facili - suggerisce - il governo potrebbe attingere alle decine di miliardi buttati in spese militari o nelle grandi e inutili opere, a partire dalla Torino Lione, ma non per destinare risorse al pagamento del debito, ma per investire in sanità, istruzione, lavoro, beni comuni. “E poi occorre nazionalizzare le banche” chiarisce tra gli applausi ricordando che oltre ai diritti "ci stanno rubando la democrazia, anche quella borghese. Michele Salvati ha scritto venti giorni fa sul Corriere della Sera che ci vuole un dictator per l’Italia. Uno a cui viene affidata la sospensione (temporanea?) della democrazia. Per far passare concetti duri da far digerire usano il latino, oppure l’inglese, ma la sostanza rimane quella”.

Pare che presto Monti, Merkel e Sarkozy abbiano deciso di riunirsi in Italia: “andiamo a trovarli, dovunque siano, andiamo a trovarli!”. Cremaschi ribadisce così che il Comitato No Debito non è un centro studi e che si prepara quindi a dar vita ad una grande e capillare mobilitazione, in realtà già partita in tutta Italia con tante assemblee regionali e territoriali ben riuscite e partecipate.
“Dobbiamo sviluppare sui territori i comitati No Debito oppure farli nascere dove non ci sono ancora. Dobbiamo prepararci a fare le barricate contro l’attacco ai diritti del mondo del lavoro e dobbiamo trovare l’unità con tutti quei movimenti che vogliono contestare la globalizzazione. Cercheranno di dividerci - avverte - ma dovremo essere capaci di marciare insieme”. Nei prossimi mesi - dopo lo sciopero generale del 27 gennaio del sindacalismo di base e la manifestazione nazionale contro la Fiat della Fiom dell’11 febbraio - si annuncia una fittissima agenda di appuntamenti a partire dal No Debito Day il 21 gennaio, da una manifestazione nazionale a Milano a febbraio e poi un’altra a Napoli in primavera.

“A Milano un corteo dalla Bocconi a Piazza Affari, perché è lì che sta il governo vero, non quel vuoto parlamento che a suo tempo votò che Rubi era la nipote di Mubarak e ora vota la fiducia a Monti. A Napoli perché se l’Italia è tutta sotto il tallone della crisi nel Mezzogiorno la crisi rappresenta una doppia schiavitù, perché ogni volta che al Sud chiude una fabbrica si crea un vuoto sociale che viene riempito dalla camorra e dal lavoro nero, dalla criminalità e dalla disperazione”.

E poi una vasta campagna per chiedere che con un referendum gli italiani possano votare ed esprimersi sullo scippo di democrazia in atto. “Adesso cambiano la nostra Costituzione nell’art. 81, per inserire il pareggio di bilancio, senza neanche farci dire se siamo d’accordo o no come previsto dalla costituzione stessa. Così come non vogliono far votare gli italiani e gli europei sul massacro sociale imposto dalla Bce”. Cremaschi annuncia già da gennaio una capillare campagna di informazione e di agitazione su queste questioni che configurino una sorta di referendum autogestito. “Dobbiamo scendere in campo, adesso. Quello che sta succedendo non ha precedenti. E non voglio che domani mi si possa dire che non ho fatto tutto quello che si poteva fare” conclude Cremaschi.

Con Nicoletta Dosio del Movimento No Tav sono poi iniziati gli interventi dei vari comitati No Debito sorti nelle varie città che hanno resocontato di assemblee andate molto bene sul piano della partecipazione, a significare che questo movimento coglie una esigenza diffusa di opposizione e alternative alla “fatalità” della crisi e delle ricette che vengono propinate e sostenute quasi unanimemente dalla politica e dal sistema dei mass media. Si sono sentiti accenti diversi sia per le città di provenienza sia perché ogni realtà sta arrivando alla convergenza da strade diverse: Modena, Napoli, Genova, Milano, Bologna etc. Si è sentita la mancanza delle realtà toscane oggi impegnate nella manifestazione antifascista a antirazzista di Firenze. Franco Russo ha dettagliato gli obiettivi e i passaggi della campagna per il referendum contro i vincoli europei e il pareggio in bilancio obbligatorio nella Costituzione. Giulietto Chiesa ha messo in guardia dal ritenere autosufficiente l’aggregazione messa in piedi fino ad ora “perché la gente normale viene martellata da altre campane che non sono le nostre”. Jacopo Venier ha sottolineato l’importanza della comunicazione per fare in modo che la campagna No Debito non abbia come obiettivo solo il “cuore della sinistra” ma anche la pancia della gente normale, un concetto questo sottolineato da Mauro Casadio (Rete dei Comunisti) che ha sollecitato a usare la campagna per il referendum per andare direttamente a rapportarsi con il nostro blocco sociale.

In tal senso la manifestazione nazionale va fatta a Milano, proprio nel cuore di una Lega che si sta candidando a rappresentare l’unica opposizione popolare al governo Monti, un rischio che non si può correre, così come non si può quello di lasciare che la critica all’Unione Europea e ai suoi diktat venga gestita solo dalle forze reazionarie. Una curiosità: i rappresentanti delle varie organizzazioni politiche (Rdc, Sc, Pcl, Prc) in questa assemblea sono intervenuti così come nell’incontro del 1° Ottobre, ma accettando il vincolo di farlo in quanto esponenti del coordinamento nazionale No Debito e non di “bandiera”. E’ intervenuto anche un giornalista del comitato di redazione di Liberazione che rischia la chiusura come molte altre testate non commerciali a causa dei tagli dei fondi previsti dalla legge sull’editoria.

L’assemblea si è conclusa intorno alle 15.30 con l’approvazione per alzata di mano di un documento finale che fissa non solo le scadenze ma anche le regole minime di funzionamento del Comitato No Debito che sta ingaggiando la sfida di tenere insieme intorno ad un programma condiviso soggetti, forze politiche, sindacali e individualità diverse. Una impresa improba nell’epoca della frammentazione ma che al momento sembra reggere la sfida.
Marco Santopadre (Radio Città Aperta di Roma)

LA PERIFERIA CHE VIENE #Assemblea Ostia

PROMOSSA DA: COLLETTIVO L'OFFICINA & STUDENTI MEDI OSTIA
APPELLO DI CONVOCAZIONE:
PERIFERIA CHE VIENE

"Chi lascia distruggere l'euro si assume la responsabilità del risorgere dei conflitti sul nostro continente" N.Sarkozy. “Se cade l’euro cade l’Europa. Nessuno prenda per garantiti altri 50 anni di pace in Europa” A.Merkel.

Quattro anni sono passati dall'inizio della crisi economica. Dagli Stati Uniti l'epicentro si è spostato nell'Eurozona, provocando una spirale recessiva che non sembra destinata a fermarsi. Il duo Merkel-Sarkozy discute di "exit strategy" cercando di disegnare un Europa a due velocità, arrivando a mettere in discussione la moneta unica. L'Europa è il campo di battaglia dove il capitalismo mondiale gioca la sua partita più importante. Il default dell'Italia sembra ormai dietro l'angolo.

La Goldman Sachs nel 2008 era la banca che aveva innescato la bomba speculativa. I suoi uomini sono quelli che dovrebbero salvarci: Mario Draghi (presidente BCE) ne è stato vice-presidente per l'Europa dal 2002 al 2005, Mario Monti consigliere internazionale dal 2005, mentre Lucas Papademos, nuovo premier greco, era governatore della banca centrale del suo paese quando Goldman Sachs truccò i conti della Grecia. La tecnocrazia bancaria, made in U.S.A., è al governo in Grecia e in Italia senza nessun voto democratico a legittimarla. Il dopo Berlusconi non poteva essere più amaro.

Ma non c'è solo il "protagonismo" bancario all'interno dei parlamenti. Il vento dei movimenti "occupy" negli Stati Uniti, le piazze dell'indignazione spagnola, gli scioperi conflittuali in Grecia, il secondo atto dell'insorgenze egiziane, sono alcune espressioni di quel protagonismo dal basso che apre una nuova stagione costituente nello scenario internazionale. In Italia sono le battaglie per la difesa dei beni comuni, dall'acqua fino alla resistenza della Val di Susa, a dare alcune dimostrazioni di come una rivendicazione possa diventare terreno di nuove forme d'autorganizzazione. Niente di simile al dualismo maggioranza-opposizione che caratterizza la dialettica parlamentare, ma democrazia diretta che supera la mediazione della rappresentanza.

Nei territori sentiamo da tempo l'esigenza di aprire la nostra fase costituente. Ostia, periferia di Roma, è terra dove le contradizioni del capitalismo sono evidenti per chiunque viva le sue strade. Il Welfare è in via d'estinzione, dalle scuole in rovina alla sanità in affanno. Tanti ragazzi e ragazze, nel municipio più giovane di Roma, che vivono sulla loro pelle la disoccupazione giovanile al 30%. Tanti in cassaintegrazione come i lavoratori dell'Alitalia. Tantissimi senza un lavoro, senza un reddito e senza la possibilità di uscire fuori di casa. Tantissime le famiglie in grave situazione d'emergenza abitativa. Il quadro è quello di generazioni precarie senza risposte sul proprio presente.


E' arrivato il momento di iniziare un percoso che parli il linguaggio dell'indipendenza.

Difronte a progetti di speculazione che colpiranno il nostro territorio e le nostre vite, sentiamo il bisogno di confrontarci con tutti gli individui e le soggettività che desiderano cooperare in uno spazio autunomo. Un luogo che risponda alla teoria dei bisogni e che smascheri le menzogne della società del debito. Con la voglia di riappropriarci dei tempi della nostra vita, coscienti della barbarie possibile, ci aspettiamo un 2012 ricco di battaglie. Non sarà tumulto rivoluzionario ma neanchè il silenzio degli schiavi. 
VIDEO CORTEO STUDENTI OSTIA: